prometheus_open food lab

Come il cibo influenza la percezione degli spazi.


photography workshop by Stefania Zanetti in Prometheus_lab

14-15 September 2019
Former Villaggio ENI
Borca di Cadore (BL)





Il workshop ha lo scopo di condurre i partecipanti all'esplorazione del ruolo giocato dal cibo nell'interpretazione degli spazi. Organizzato nell'ambito del progetto Eating Emotions di Stefania Zanetti, utilizza la fotografia non tanto come mezzo documentario, ma piuttosto come fattore catalizzante della reazione tra spazio introspettivo e ambiente circostante.

Come già nella poetica messa in atto da Stefania nella propria pratica il workshop ricerca una dimensione processuale in cui i partecipanti siano al tempo stesso esploratori e oggetto dell'esplorazione. Il cibo è elemento cardine del processo, innesco che porta esterno ed interno in contatto conferendo nuova dimensione alla superficie. Zona di confine, ora aperto. Medium prediletto per l'osservazione di pattern comportamentali, strumento di compensazione emotiva il cibo condensa fattori fisici, mentali e psicologici. Chiave di interpretazione dell'ambiente e del sé coniuga i diversi ambiti di una ricerca condivisa da Prometheus_ e Stefania.

L’atto del mangiare si connette fortemente con le sensazioni evocate dal luogo in cui esso si consuma. È forse meccanismo atavico dalle radici profonde quello che ci impone la ricerca di uno stato di sicurezza per imbandire il pasto. L’assenza di ogni minaccia o disturbo, siano essi interni od esterni. La confidenza con noi stessi e con il luogo stabilisce la forma della nostra relazione con il cibo. Allo stesso modo, la possibilità di traghettare la condizione di comfort data da un cibo o la capacità di delimitare uno spazio virtuale imbandito plasma la dimensione dello spazio.
Stefania Zanetti

L’approccio esplorativo di Eating Emotions e la sua traduzione in percorso fotografico si applica in questo contesto alla percezione dello spazio. Si può vivere uno spazio utilizzando il cibo come strumento conoscitivo e di adattamento? Si può rendere uno spazio più piacevole tramite il cibo o, al contrario, un cibo più piacevole attraverso una consapevole fruizione dello spazio? Può il cibo rendere un luogo meno ostile e più confortevole? Il centro focale dell’esperienza, che vede l’utilizzo del cibo come mezzo facilitativo di una relazione con lo spazio, ha inizio dalla sensazione che esso provoca. Il percorso inizia con un’esplorazione in cui analizzare la Colonia, da connettere alla riflessione sulla strumentalizzazione del cibo nel proprio rapporto quotidiano con esso. Tramite una riflessione introspettiva e l’identificazione di alcuni cibi che simboleggiano paura, comfort, cura, ogni partecipante ha deciso come procedere: taluni sfidandosi, qualcun altro facendo risaltare parti di sé rimaste soppresse, altri ancora mettendo in atto pratiche di ordine, imponendosi calma e ritmo.

Le cinque mini serie fotografiche non sono solamente documentazioni di un processo, ma scandiscono rituali personali tramite i quali apportare variazioni al proprio stato emotivo. Le caratteristiche positive benefiche dello spazio sono quindi utilizzate per lavorare su sé stessi fruendo della propria sensibilità, prendendo inoltre consapevolezza del proprio agire. In maniera opposta ma altrettanto efficace, la calibrazione delle proprie azioni diventa strategia per vivere lo spazio conoscendolo e massimizzandolo.

storia di B.


Participants:
Anna Malguina
Cinzia Gallina
Massimo Tevarotto
Paolo Pasut
Yansu Wang


Anna Malguina

Ciò che influenza Anna nel suo intervento è anche ciò che caratterizza e scandisce il suo approccio fotografico: la luce ed il suo potenziale nell’apportare modifiche alla percezione del reale e della cadenza degli eventi. Anna sceglie delle stanze in cui i raggi entrano frontali ed in maniera obliqua. È questa dimensione dello spazio in cui decide di sfidarsi. Alcuni elementi definiscono il suo rituale in cui sferrare due azioni di coraggio, ossia assaggiare qualcosa che non riesce ad accettare per delle spiacevoli sensazioni a livello sensoriale: polenta e birra. Il suo modo d’agire è terapeutico: prepara in maniera ordinata porzioni di elementi che definiscono i suoi quotidiani rituali di ricerca del piacere, affiancando in questa dinamica quegli alimenti che invece detesta. Poi, si scatta un autoritratto selezionando un frammento di sè, quella di cui va fiera: questo le da forza. Aspetta il momento giusto e quando attraverso le superfici ricurve dei suoi contenitori il liquido s’illumina, immerge in maniera metodica e meticolosa la fotografia nelle diverse sostanze impregnandola. Di tanto in tanto si guarda, in alcune lastre rotte di specchio. Dopo un primo approccio visivo, immerge la mano, tocca e decide di assaggiare. Quello di Anna è, consapevolmente o meno, un interessante esempio di un processo per il quale mi sentirei di coniare il termine “introiezione inversa”. Attraverso la definizione di un rituale inverte le consuete dinamiche di relazione con cui comunemente accettiamo un nuovo alimento nel nostro catalogo interpretativo. Non compie infatti ponderate manovre di avvicinamento del cibo ai proprio sensi prima di assimilarlo. Ma invece un singolo drastico gesto di immersione figurata e psicologica del proprio corpo nell’alimento. Assimila sé stessa ad esso e non viceversa.

Cinzia Gallina

I luoghi luminosi che più colpiscono Cinzia sono quelli un poco angusti e quasi claustrofobici addobbati di tessuti dalle sfumature leggere da osservare in trasparenza. Per lei sono sinonimo di intimità. Cinzia riflette su una sua debolezza, che attribuisce ai biscotti, il cibo che a lei fa più paura, e che equivale agli aggettivi grasso e malsano. Decide di affrontarli, di dimostrare che è lei ad avere il controllo e lo fa all’interno delle superfici rotondeggianti di una vasca da bagno. Spontaneamente inizia a dare loro un ordine non solo sfidando se stessa, ma anche la loro superficie oleosa. Li attacca al muro con del nastro adesivo, distaccandosene in principio ed osservandoli in verticale con una certa distanza. Una posizione inconsueta, che però le permette di essere frontale rispetto a loro. Mentre ci si confronta, è proprio il concetto di controllo stesso che la trae di nuovo in inganno. Non appena se ne rende conto, appena capisce che stava nuovamente permettendo alle sue fissazioni di sferrare il loro potere, ne afferra finalmente uno e senza misure, senza posatezza, senza alcun tipo di predefinizione del gesto, lo accetta e finalmente lo assaggia. Spezza in questo modo la lettura modulare che aveva creato come forma di protezione e chiave interpretativa della minaccia. Gli incisivi lacerano il modulo chiuso della forma lasciando per un istante la superficie aperta al contatto. Poi se ne va.

Massimo Tevarotto

Massimo ragiona camminando e vergando pensieri e schizzi su stralci di carta. Il suo è un approccio dinamico e a tratti istintivo. Decide di uscire, di immergersi in quello spazio di confine tra natura e ciò che l’Uomo ha creato, le cui reciproche azioni qui straordinariamente si intrecciano incessantemente. Massimo è alla ricerca delle forme essenziali della nostra immaginazione, e le trova a contatto con ciò che cresce spontaneamente su questa linea di confine. Indaga l’innesco umano, lo sviluppo naturale e di rimando lo stimolo che questo genera sulla percezione e la creatività dell’Uomo. Vuole nutrire sia il corpo, ma ancor più il repertorio di forme che preludono la creazione di nuovi mondi possibili. Analizza le microstrutture che si ripetono con impercettibili variazioni nel mondo vegetale. Le rigira tra le dita con la presa delicata e precisa con cui studia anche i suoi gioielli. Ne indaga i meccanismi ed i segreti per dischiuderli con la tecnica. Li assaggia, li saggia come fa con i metalli. Integra la propria dieta immaginifica sull’orlo dell’intossicazione. Riflette su un’ideale di alimentazione che vuole raggiungere e lo può fare tornando in contatto e immersione, creando piatti semplici. Riflette sul piacere e gli stimoli che questi cibi gli offrono meditando di impossessarsi della cultura necessaria a riconoscere ciò che è edibile per trasformarlo in strumento di conoscenza e cura. Massimo raccoglie e seziona, agglomera forme e materie in un processo che è conoscitivo e mai decorativo. Poi assaggia e vorrebbe ripartire e scoprire ancora.

Paolo Pasut

Paolo fa riemergere un ricordo che lo ha segnato in passato, qualcosa che lo blocca, imponendogli una complessa serie di meccanismi di diffidenza nei confronti di alcuni cibi. In questa occasione, identifica uno spazio che sia a livello percettivo che concettuale trova liberatorio e catartico. Decide di sferrare la prima mossa: riacquisire il controllo su atteggiamenti neofobici nei confronti del tonno in scatola, emancipandosi da tutti i concetti che esso simboleggia. Lo mette al centro del suo percorso e del suo tavolo imbandito di elementi che colleziona, quasi chirurgicamente. Anna lo fotografa mentre lui si esibisce. Ogni sua azione di preparazione all’assaggio di quella sostanza in scatola diventa performativa. Simbolicamente è un percorso di cura e calibrazione consapevole delle proprie reazioni inconsce, quasi scientifica per una successione che svolge per la prima volta in prima persona, senza sentirsi obbligato. La consumazione è prevista in gruppo, inglobando gli altri partecipanti, ponendosi in prima persona come protagonista per dimostrare coraggio, smettere per un attimo di pensare e, allo stesso tempo, ricevere calore.

Yansu Wang

La riflessione di Su si sofferma sulla disposizione ordinata e ripetitiva degli arredi nella Colonia, moduli un tempo funzionali, distorti da un accumulo frettoloso che sovraccarica lo spazio. Letti, lavabi, lavapiedi, docce, armadietti di piccola dimensione suggeriscono la volontà di impartire un ordine militaresco ad azioni compiute in maniera corale e prefissata: oggetti che progettano un’esecuzione seriale dell’azione cui sono preposti. Un sintomo di disciplina e ritmo, quasi angosciante, soprattutto in un contesto che si presume vacanziero. Per il suo intervento, Su decide di vestire i suoi abiti più confortevoli: quelli aderenti, sottili e leggeri che le lasciano nude parti di pelle quasi a sfidare il freddo delle stanze e gli occhi di possibili osservatori esterni. Quindi si cambia togliendo gli strati superflui. Decide di utilizzare quello spazio ripartito associandoci un bisogno di ordine che a lei facilita l’agire e che percepisce come emotivamente tranquillo. All’inquietudine di gesti meccanici che immagina possano essere stati svolti in precedenza, lei risponde con la preparazione tramite piccole operazioni meticolose di scelta e posizionamento. Prepara vari alimenti dai colori pastello, andando ad analizzare le loro texture, forme e consistenze, ne seleziona solamente piccole porzioni, posizionandoli intuitivamente in casellari che un tempo raccoglievano ordinatamente gli oggetti per la cura personale dei bambini. Scandisce delle categorie nel processo, utilizza l’equilibrio visivo e le contrapposizioni di consistenze per avere una composizione bilanciata. Li protegge inserendoli in contenitori trasparenti. Poi li consuma, adattandosi allo spazio, in complicità con il suo corpo che lo abita. Nuovamente scandisce le sue azioni come in una sorta di percorso edibile nel quale piano piano si distende addolcendosi di piccoli piaceri. E così, la costrizione dapprima percepita, diviene un nuovo punto d’appoggio. Ad ogni passo un boccone nuovo, scelto in maniera istintiva ma calibrata.



The results of the workshop have been exhibited during the Openstudio Progettoborca 2019. It can still be visited in the _extension, refurbished by Prometheus_ during the same year at the upper floor of the infirmary pavillion, former Colonia ENI.

photos by Nicola Noro